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Giacomo Di Girolamo

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IL DIARIO DEL VOLATORE

appunti dal giornale di bordo tra la Sicilia e il non so
September 15

WWW.ILVOLATORE.IT

Questo blog si è trasferito.
Lo potete leggere, commentare, criticare all'indirizzo.
 
June 28

Elogio della fuga. Oppure no.

Ho chiamato tutti – o quasi – i miei amici che stanno fuori e ho chiesto loro di dirmi cosa pensano della Sicilia e dei siciliani, dell’infelicità, della fuga, del fatto, in definitiva, se è più coraggioso restare o andare.
Ho ricevuto risposte diverse, è ovvio, ho notato,  e mi dispiace una leggera indifferenza alle cose di Sicilia. Ed infine ho registrato un comune elogio della fuga, per le ragioni più varie. Chi come per scusarsi, perché se ne vergogna, chi perché ne va orgoglioso.
 
Elogio della fuga, dunque. Ma che significa? Cercando su internet mi sono imbattuto proprio sul sito www.fuggire.it (molto simpatico, ve lo consiglio, forse gli invierò il mio diario americano) e alle parole “elogio” e “fuga”, mi sono imbattuto in Henri Laborit, biologo e filosofo (quindi, persona completa) che ha scritto proprio un “Elogio della fuga”. Laborit spiega questa sua teoria con una metafora, che testualmente riporto: “il veliero sorpreso da una tempesta in mare contro cui è vano lottare non ha che due sole opzioni: l’andatura di cappa, che lo fa andare alla deriva, oppure, la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di vela. La fuga è spesso il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme.
Per rendere più apprezzata la metafora, Laborit chiama il suo veliero “Desiderio”: indubbia molla di ogni successo, ma anche sirenico richiamo di ogni naufragio.
 
Davanti alla violenza della nostra classe politica, all’ottusità di chi ci governa, davanti alla devastazione dell’ambiente e allo spreco delle risorse, davanti al disprezzo delle energie intellettuali libere e non sottomesse, non ci resta allora che la fuga: un’emigrazione coatta che ci permetta di dimenticare il peccato originale di essere siciliani.
 
E per chi resta? Il naufragio? Si. A meno che non riusciamo ad intravedere (ma io non li so) timidi spiragli di “redimibilità” sui quali vale la pena scommettere il nostro impegno.
 
Onore a chi fugge, dunque, ma anche a chi resta. Perché, e questa volta sono partigiano, chi fugge fa bene, ma non ha molta fiducia in se stesso. Mentre noi che restiamo possiamo dire che restiamo proprio perché ci sentiamo di fare – in Sicilia, da siciliani – un’infinità di cose belle e buone.
June 27

Bella copia

Bella copia

 

Poter domani

il Foglio di Bella

della vita cominciare

correggere la brutta cancellare

togliere gli errori (modi e tempi

sbagliati, nomi) ritoccare.

Che bello il bianco foglio nella mano

luccica il pennino, cominciamo.

 

 

Vivian Lamarque

Poesie 1972-2002

June 25

Mia nuova recensione per www.rockshock.it

 

Con il suo nuovo album “La casa del vento” non decolla: troppo impegno, poca leggerezza. L’ansia di denuncia non sempre produce buona musica.
 
“Il grande niente” che abbiamo attraversato….
 
 
La casa del vento
 
Il grande niente
 
(Cd, Mescal, 2006)
 
Combat Pop
 
6/10
 
 
Abbonda di parole, <i>Il grande niente</i>, il nuovo disco de <b>La casa del vento</b>, uno dei gruppi migliori nel panorama eterogeneo del combat pop italiano, quello che si suona nei centri sociali, alle feste di partito, e nei salotti girotondini. Abbonda di ospiti, tutti delle stesse idee, tutti di classe, tutti bravi: <b>Ginevra De Marco</b> (che canta di Pasolini in <i>Il fiore del male</i>), pezzi sparsi della <b>Bandabardò</b> e dei <b>Modena City Ramblers</b> di ieri e di oggi.  Più che un genere musicale, il combat pop italian style, che trabocca sempre di ospiti, ricambiati e ricambievoli, sembra una cooperativa.
Abbonda di musica, buona musica, forse sempre la stessa musica. Dai Nomadi ai giorni nostri il combat pop italiano sembra suonare sempre gli stessi accordi, cantare lo stesso futuro (<i>Un giorno</i>), incitare le stesse rivolte (<i>La meglio gioventù</i>).
E, infine, abbonda anche di significati. Ogni brano della band di <b>Luca Lanzi</b> è un poster da appendere in cameretta. Ci sono immagini di immigrati clandestini ( <i>Sul confine</i>), echi di Olocausto (<i>L’ultimo viaggio</i>, clonata da Guccini), Cristiano Lucarelli (<i>L’ala sinistra</i> per una punta? Mah….), cento e mille resistenze, gli immancabili paesaggi della Cornovaglia.
Può bastare, o forse no. E’ qualcosa di già sentito, che forse però non si sente mai abbastanza, pieni come siamo di “radio di ragazzine, dove scoppia il silenzio, e ogni dedica si confonde..”. E’ un verso di De Gregari, che è bravo perché parla di noi anche quando canta d’altro. Alla <b>Casa del Vento</b>, invece, rischiano il contrario, parlare e denunciare di tutto, ed essere travolti anche loro dal grande niente.
June 18

La via di fuga

 
Il dibattito sulla sicilianità è aperto, dunque. E non è nostra pretesa esaurirlo con altre argomentazioni, o metterci  un punto. Tutt’altro. E allora perché lo stiamo conducendo? Boh, forse per trovare un filo, una ragione, anche esigua. Già dare la colpa agli Arabi ci ha fatto stare meglio, nonostante Vincenzo ci abbia corretto.
E allora mettiamone altra di carne al fuoco. E ritorniamo ad un argomento che più volte abbiamo affrontato in questo blog, ed è la drammatica emigrazione di giovani siciliani dallo loro isola verso l’Italia e il mondo. A seconda dei punti di vista abbiamo parlato nel tempo di abbandono, distacco, coraggiose partenze, defezione, diserzione. Siamo più coraggiosi noi che restiamo o i nostri coetanei che se ne vanno? Questo è il dilemma. Nel dubbio, ogni tanto mi lascio accarezzare dal sogno di cosa sarebbe stata la città e la Sicilia se tutti i ragazzi che conosco e che sono partiti fossero invece rimasti qui. Ed è un sogno bellissimo.
Purtroppo oggi lasciare la Sicilia è l’unica penosa chance di una generazione che subisce il dramma di non avere in quest’isola possibilità di studio, di crescita, di lavoro. Andare a studiare e a lavorare fuori significa riscattarsi, significa avere un futuro, soprattutto per le intelligenze migliori, che sono anche quelle più fiere e consapevoli, e dunque quelle che soffrono di più.
Ma questa emorragia, secondo me, ha raggiunto un punto di non ritorno. Ormai la Sicilia è al collasso. Gli manca una generazione, come nell’Argentina dei colonnelli. E guardate che non scherzo. L’unica industria che funziona oggi da noi è quella della politica clientelare, il cui unico scopo è trovare mezzi per rinnovare il proprio potere nel tempo. Fuori una generazione, in Sicilia comandano sempre gli stessi, con gli sempre i medesimi mediocri obiettivi.
Ma, mi chiedo, ha senso fuggire? Ha senso restare?
Attendo risposte



June 11

E' colpa degli Arabi

Dopo l’ennesima sconfitta elettorale e tutto quello che abbiamo scritto e ci siamo detti c’è  ora spazio per un po’ di riflessione a mente fredda sulle cose di Sicilia. Giusto per cercare di trovare una via di fuga al nostro senso di impotenza, alla nostra frustrazione, al nostro fatalismo. Al nostro essere siciliani, insomma. Malattia senza rimedio. E pensa che ti ripensa, non si affaccia la misura di un rimedio. Anche se menti sempre più illustri contribuiscono a perfezionare e rendere ancora più precisa la diagnosi.
E’ il caso dell’ultimo saggio di un intellettuale libanese che vive in Europa, tale Samir Kassir. Il libro si chiama “L’infelicità araba”, ed è edito da Einaudi. Che c’entra con la Sicilia? Ora ci arrivo. La tesi del libro – racconta Marcello Benfante su Repubblica – è che a differenza di altre aree sottosviluppate attraversate comunque da segnali di dinamismo, il mondo arabo soffre una paralisi che origina da un profondissimo “senso di impotenza”, causato da un “lutto non rielaborato” per una grandezza passata e perduta. In altre parole, è una “incapacità di essere” dopo “essere stati”. A questo si aggiunge la percezione annichilente di non riuscire a mettere in pratica “ciò che si ritiene di dover essere”. Schiacciati da questo fatalismo, gli arabi perpetuano un fallimentare immobilismo e un vittimismo trascendentale (che sta alla base, secondo Kassir, dell’islamismo radicale violento).
Ebbene, mutatis mutandis, la tesi di Kassir calza come un vestito alla Sicilia ai siciliani, oppressi dalla dall’irriducibile convinzione di non poter cambiare. Gli Arabi hanno lasciato in Sicilia questo, tra le tante cose: l’infelicità, intesa come sentimento di un declino e di una crisi inarrestabili, alimentata da una viscerale disistima. Il risultato è una società bloccata, che non cresce e si appiattisce sui suoi profili più bassi. Che ripete nel tempo i suoi vizi, i suoi difetti, i suoi limiti.
Ecco cosa sono i siciliani: disfattisti e rassegnati. Per colpa degli Arabi.
 
June 07

Metà fore e metà dentro

L'ultimo mio post ha avuto reazioni calorose e inaspettate. Mi riferisco ai commenti in questo blog, alle tantissime mail ricevute, alle telefonate affettuose da ogni parte di Sicilia e di Italia. Ripeto, è sempre bello "dare" le parole, esprimere un sentimento che si crede profondo e personalissimo, e poi si scopre collettivo, diffuso, e perciò forse ancora più autentico.

Va da sè che in molti mi hanno chiesto: Ma che ciddì hai comprato poi a Renato?  Gli comprerò, appena vado a Palermo (qui nelle periferia dell'impero la musica ha falle distributive) "L'uomo flessibile" di Carlo Fava, versione 2006. Renato non lo sa, ancora. Ma non legge questo blog, e dunque non me ne preoccupo.

Altri mi hanno chiesto "come stai?",  perchè hanno intuito tra le mie righe il segno di una depressione, e di una scelta defintiva, come di abbandono, di fuga.

Ma no, non si preoccupino, io sto sempre qua. L'ho detto e lo ripeto: superate le 48 ore di panico, si ricomincia a respirare. E il respiro è un esercizio muscolare che non puoi controllare. Viene da se.

E poi l'ho scritto: alla fine, se ci crediamo, c'è un ponte.

Su questa cosa - che in italiano si chiama metafora (questa cosa del ponte, dico) - ho ricevuto una replica di un certo Sig. Sciabica, pubblicata su Marsala c'è di oggi, a pagina 4. Lo potete vedere sul sito del giornale. Anzi, no, lo metto come coda di questo post, errori (suoi) di battitura compresi.

Non ho replicato perché non ho capito il senso del suo scritto. E ci mancherebbe. Si accettano intepretazioni. Però è troppo divertente quando alla fine, mi accusa di essere favorevole al Ponte. Quello con la P maiuscola. Quello sullo Stretto di Messina.  Scrive lo Sciabica ( o il Sciabica ? boh…) “Di Girolamo

non è felice, oggi; bisogna credergli lealmente perché nutre il sogno di

una Sicilia altra e più dignitosa, che si identifica - fra le altre cose - con

la realizzazione del ponte. lo che sono un pontiere, come lui, per natura

e per educazione e, forse, più piagnone di lui, questa vo1ta non sono d'accordo

con le ragioni dd ponte, per via di altre urgenze ed emergenze”.Non c’è che dire, ha colto in pieno il senso della mia metafora. Ma è anche grazie a gente come lui che la Sicilia non finirà mai di stupire.

 

 

 

Il Fascino del Centro

L'intervento del Sig. Giacomo Di Girolamo del primo giugno, su "Marsala

c'è", più che un colpo di coda sembra un colpo di spugna alle

"magnifiche e progressive sorti" dei siciliani, dopo le recenti elezioni

regionali. L'allarme era già contenuto nella nota del 16 maggio, dove si

citava Violante, uomo di apparato, che scendeva nell'ex regno dei limoni,

secondo un ferreo metodo verticista, per confermare la politica "mera

gestione del potere". Come dire: prima il potere, poi il.. .potere e sempre

il potere. Ma, una volta che "il potere non ha odore" pensare che lo stesso

non ha colore è, persino, scandalosamente inutile? E allora, dai giolittismo

al tra:,fùrmismo, dalla dittatura alla guerra, dal milazzismo al compromesso

storico, all'approdo migliorista, cioè dall'unità d'Italia ad oggi,

l'assente è sempre lo stesso: l’identità ed il carattere nazionale. Anzi, di

fronte alla realtà attuale, tanto sbalestrata e degradata da trasformarsi in

parodia e spettacolo, tra post ed ex, tra narcisi e volti telegenici, le residue

ragioni della politica tacciono, essendo prontamente accusate di passatismo

tardo-romantico. Che la politica soccomba alla realtà, anche inelegantemente,

il Di Girolamo lo coglie nella festosa nidiata di ramarri,

ansiosa di crogiuolarsi ai raggi caldi del centro, se "il cuffarismo é anche

un po' cosa nostra". E si dubita seriamente che questa sinistra osi imprimere

una sterzata correttiva al modello economico dominante, se non

rifiuta ambiguità ed equilibrismi onde mettere in atto mezzi, competenze,

pratiche di vita e caratteri specifici all'essere di sinistra. Di Girolamo

non è felice, oggi; bisogna credergli lealmente perché nutre il sogno di

una Sicilia altra e più dignitosa, che si identifica - fra le altre cose - con

la realizzazione del ponte. lo che sono un pontiere, come lui, per natura

e per educazione e, forse, più piagnone di lui, questa vo1ta non sono d'accordo

con le ragioni dd ponte, per via di altre urgenze ed emergenze. Né

mi aspetto da questa politica, da cui mi allontano sempre più scoraggiato,

stimoli e segnali degni. Preferisco vivere in piccolo le ragioni di

disapprovazione, ed altrove.

 
May 30

E adesso non fatemi più domande

E adesso non fatemi più domande. perchè ho finito le risposte. Ma non da ora, da tempo. Bleffavo. A chi mi chiedeva un pronostico, agli occhi che mi imploravano il vaticinio sulle possibilità di Rita, e su quelle di Nino, e sulla Sicilia, sulla mafia, e su tutto. Io risposte non ne avevo più già da tempo. E anche adesso, scrutinio alla mano, l’unica cosa che mi riesce di fare è contemplare questa immagine della Sicilia che assomiglia a un coccodrillo, come nelle vignette di Forattini (quando era bravo).
Vedo i colletti appiccicati del vasa – vasa, che ha avuto circa dieci minuti di panico, ieri, dopo i primi risultati. Ma non mi basta.
Vedo tanti culi a terra, e purtroppo sono i nostri, ancorati alle percentuali, agli sbarramenti, al fatalismo che ci fa essere, noi sinistrorsi siciliani, sempre vittima di qualcosa o qualcuno più grande e disgraziato di noi, mai della nostra disorganizzazione.
Gioco con i se e con i ma, come con dopo una storia d’amore finita male.
Ma se Borsellino avesse avuto una lista con il suo cognome, anziché con il suo nome.
Ma se i leader dell’Ulivo fossero stati un mese, anziché un pomeriggio, a fare il caseggiato  i pranzi  i comizi  con noi.
Ma se i giornali avessero dato qualche riga in più alla Sicilia, anziché alla colica di Veltroni.
Ma se ci avessimo creduto un po’ di più. Tutti.
E’ un esercizio che serve. Ma non basta.
 
Ora, per 48 ore, avrò voglia di scappare, come sempre, come tutti. Perché si può resistere a Cuffaro, per carità. Tutto passa. Ma non si resiste al cuffarismo. Quello è un cancro, che ti sale nelle vene. E quindi ci si scherza su, andiamo in Emilia, in Toscana, ma anche la Calabria va bene. Lì sono posti normali, dove le parole sono parole, dove ci sono il bianco e il nero, e i anche i colori primari, e tutto. In Sicilia invece ogni parola è una metafora morta, e i paesaggi sono sfumature, zone di penombra, e i colori si mischiano.
Si, andiamo via.  Lasciamogli la Sicilia, e buon divertimento.
Ma non basta.
 
E’ che dobbiamo viverlo tutto, questo nostro dolore. Solo così cambierà questa sinistra siciliana, fatta di iene ridens travestite da dirigenti che sono comunque contenti, sempre contenti, stupidamente contenti. Perché hanno lo zero virgola qualcosa in più, perché hanno tenuto, perché i soliti noti hanno confermato la loro preziosa poltrona, perché più buio di mezzanotte non fa, perché Grillo è con noi, e domani Giuliadamo passa con noi, e anche Totò potrà passare con noi. Perché il cuffarismo è anche un po’ cosa nostra.
 
Io non sono felice, oggi.  Ho perso. Lo penso, lo scrivo, lo dico.
E’ la risposta alle domande che tutti mi faranno.
Ho perso. Abbiamo perso.
E non voglio scappare. Voglio vivere questo dolore, fino in fondo. Perché in fondo alla strada c’è un ponte. Se ci crediamo, c’è un ponte. E un’altra idea di Sicilia.
Questo basta.
 
Renato ieri ha fatto il compleanno. Gliel’ho detto: “Amico mio, se oggi vince Rita, il mio regalo è una Sicilia migliore”.
Mi tocca comprargli il solito cd, adesso.
Spero sia l’ultimo.
May 16

Il mare verticale

Non sappiamo come finiranno, ma di sicuro le prossime elezioni provinciali hanno già un sapore triste di “de profundis” per il centrosinistra. O quel che ne resta. D’Alì cerca di convincere lo scienziato Zichichi ad entrare nella sua squadra.  L’Unione, invece, di scienziati ne ha già tanti. Lo Zurlì di questa bella squadra è quel Luciano Violante che fino a dieci anni fa scriveva di mafia in provincia di Trapani e ora, con la bacchetta magica, si diverte a dire che la politica non è altro che mera gestione del potere. E il potere non ha odore.
E non abbiamo più neanche la forza di immaginarci un dopo. Era un esercizio che ci confortava e ci aiutava, in tempi bui. Ma ora, davvero, non si sa più cosa pensare. Non c’è più un centrosinistra. C’è solo un grande centro,pare, e un grande vuoto. Che ci lascia soli, spiazzati, come un mare verticale.
Buona notte, brava gente.
May 12

Premio Libero Grassi

questa mattina il volatore ha ricevuto a palermo il premio libero grassi, dedicato alla memoria dell'imprenditore che pagò con la vita il suo no al pizzo.
l'ha vinto perchè ha scritto una lettera dal titolo "caro estortore", come aveva fatto libero, prima di morire.
questa lettera diventerà un manifesto, e verrà letta nelle scuole e nelle carceri di palermo. qualcuno in sala si è riconosciuto in molte parole e frasi di quel componimento.
il volatore è contento di ciò, perchè pensa che è bello quando si danno le parole alle persone. e quella lettera la pubblicherà anche su questo blog.
il volatore dedica il premio (una bella targa che farà la sua figura) ai ragazzi di addiopizzo, dai quali ha anche comprato due magliette molto belle (www.addiopizzo.org)
il volatore non crede che la mafia e il racket si sconfiggeranno presto. anzi, forse non si sconfiggeranno affatto. Ma ciò non toglie che ogni giorno, noi siciliani, dobbiamo lottare e resistere.
gi.
 
 
 
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